Il Vero Saggio
Il sapere non ha in partenza alcun contenuto, ma si costituisce di volta in volta mediante la ricerca

ott
01
Socrate, busto marmoreo Musei Capitolini

Socrate, busto marmoreo Musei Capitolini

«….. Sulla mia sapienza – se di un qualche genere di sapienza si tratta – presenterò come testimone il dio di Delfi. Avete avuto modo di conoscere Cherefonte. Fu mio compagno fin da giovane, e fu compagno vostro – del popolo – e condivise con voi l’esilio e il ritorno. Sapete dunque com’era Cherefonte, così impulsivo in tutto quello cui metteva mano. Bene, una volta si recò a Delfi e si permise di interrogare l’oracolo su questo – non schiamazzate su ciò che dico, cittadini – perché gli chiese se ci fosse qualcuno più sapiente di me. E la Pizia rispose che nessuno era più sapiente. Di questo vi darà testimonianza suo fratello, dal momento che Cherefonte è morto.
E considerate perché vi dico questo: sto per spiegarvi da dove è nata la calunnia contro di me. Io infatti, udito il responso dell’oracolo, feci questa riflessione: “Che cosa vuol dire il dio? Che cosa nasconde il suo parlare enigmatico? Sono consapevole di non essere affatto sapiente: che cosa intende, allora, dichiarando che sono il più sapiente? Egli certo non mente, perché non può.” Rimasi per molto tempo in dubbio su quanto detto dal dio. Poi, con riluttanza, mi volsi a una ricerca di questo genere: mi recai da qualcuno di quelli ritenuti sapienti, per confutare l’oracolo e dimostrargli proprio lì “Questo è più sapiente di me, mentre tu dicevi che il più sapiente ero io.” Esaminandolo con cura e discutendo con lui – non occorre far nomi, ma colui dal quale ebbi questa impressione, cittadini ateniesi, era un uomo politico – mi sembrò che quest’uomo apparisse sapiente a molti altri e soprattutto a se stesso, ma non lo fosse. Perciò cercai di dimostrargli che si riteneva sapiente, ma non lo era. E così diventai odioso a lui e a molti dei presenti. Ma, andandomene, pensai fra me e me: “Sono più sapiente di questa persona: forse nessuno dei due sa nulla di buono, ma lui pensa di sapere qualcosa senza sapere nulla, mentre io non credo di sapere anche se non so. Almeno per questo piccolo particolare, comunque sia, sembro più sapiente di lui: non credo di sapere quello che non so”…..»

Platone, Apologia di Socrate

ott
18

«….Morire è una di queste due cose: o chi è morto non è e non ha percezione di nulla, oppure morire, come si dice, può essere per l’anima una specie di trasformazione e di trasmigrazione da qui a un altro luogo.
E se è assenza di percezione come un sonno, quando dormendo non si vede niente, neanche un sogno, allora la morte sarebbe un meraviglioso guadagno – perché io penso che se qualcuno, dopo aver scelto quella notte in cui dormì così profondamente da non vedere neppure un sogno, e paragonato a questa le altre notti e giorni della sua vita, dovesse dire, tutto considerato, quanti giorni e quante notti abbia vissuto meglio e più dolcemente di quella notte, penso che non solo un qualsiasi privato, ma lo stesso Gran Re troverebbe, rispetto agli altri, questi giorni e queste notti facili da contare – se dunque è questa la morte, io dico che è un guadagno; anche perché così il tempo tutto intero non sembra più di una notte sola.
Se d’altra parte la morte è un emigrare da qui a un altro luogo, ed è vero quel che si dice, che dunque tutti i morti sono là, o giudici, che bene ci può essere più grande di questo? Perché se qualcuno, arrivato all’Ade, liberatosi dai sedicenti giudici di qui, troverà quelli che sono giudici veramente, (39) che appunto si dice giudichino là, Minosse, Radamanto, Eaco, Trittolemo e tutti gli altri semidei che furono giusti nella loro vita, potrà forse essere, questa, una migrazione da nulla? O ancora per stare con Orfeo e con Museo, con Esiodo e con Omero, quanto ciascuno di voi accetterebbe di pagare? Se questo è vero, da parte mia sono disposto a morire più volte. Oltretutto, per l’appunto, là io avrei davvero un passatempo straordinario, se m’imbattessi in Palamede, in Aiace Telamonio o in qualcun altro degli antichi morto per un giudizio ingiusto, paragonando le mie esperienze alle loro – non credo che sarebbe spiacevole – e soprattutto non sarebbe spiacevole continuare ad esaminare ed interrogare quelli di là come quelli di qua, per capire chi di loro è sapiente e chi crede di esserlo, ma non lo è. Quanto sarebbe disposto a pagare chiunque di voi, giudici, per mettere sotto esame chi condusse contro Troia il grande esercito, o Odisseo, o Sisifo, o gli innumerevoli altri di cui si potrebbe dire, uomini e donne?
Discutere con loro e starci insieme e metterli sotto esame non sarebbe una inconcepibile felicità? In ogni caso la gente di là non mi può certo far morire per questo: se quanto si dice è vero, quelli di là sono più felici di quelli di qua anche per altri aspetti e sono già immortali per il tempo che rimane….»

Platone, Apologia di Socrate

ott
18

«…Una cosa però può sembrarvi strana, ed è che io mi affanni tanto a dare consigli in privato e non osi invece pubblicamente, in cospetto del popolo, dare consigli alla città.

La ragione di ciò l’avete spesso udita da me ad ogni piè sospinto, e cioè che avverto in me un non so che di divino e di soprannaturale, come una voce di cui Melèto, prendendosi gioco, ha fatto cenno nell’accusa. E’ una voce che sento dentro di me fin da fanciullo e tutte le volte che l’avverto mi distoglie da ciò che sto per fare, ma non mi sollecita mai a fare qualche cosa.

E’ essa che s’oppone a ciò ch’io m’immischi nella vita politica; e credo bene, a ragione.
Giacché, sappiate o Ateniesi, se io mi fossi già da tempo dato alla vita politica, già da tempo sarei morto, e non avrei recato alcun vantaggio nè a voi, nè a me.

E non andate in collera se dico la verità: non vi è infatti nessuno che possa evitare la morte per poco che egli per generoso impulso contrasti a voi o a qualsivoglia altra assemblea, e tenti di impedire alla città ingiustizie e illegalità. Chi combatte per la giustizia, anche se non riuscirà a preservarsi a lungo dalla morte, è necessario che conduca una vita di privato cittadino, lontano dai pubblici uffici…»

Platone, Apologia di Socrate